Alessandro Martinelli
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guarda. vivi. ascolta. scopri.

Nome e cognome.
Alessandro Martinelli.

Come ti chiamavano quando eri piccolo?
Ho avuto vari soprannomi legati a diversi luoghi ed interlocutori con cui sono venuto a contatto nella mia, ahimè, trentennale esistenza. Così, se per gli amici d'infanzia sono "l'Ale", per i nonni sono "il Sandro", se per i compagni delle superiori sono "il Marty", per gli amici del mio paese divento "lo Smarty". Per non parlare di altri pseudonimi e nomignoli dalle origini perse nella notte dei tempi, come "Ricky" - datomi da uno zio cacciatore - o "Anacleto" (per intenderci: come il gufo di Mago Merlino) - affibbiatomi da tre pestifere sorelle - o, ancora, "il famoso Gigi" con cui da anni mi chiama la mia dolce metà.

Anno/periodo storico in cui saresti voluto nascere.
A dir la verità non ho un periodo storico preciso in mente. Sarei voluto nascere nel periodo in cui la gente rispettava l'uomo di lettere, il poeta, lo scrittore, l'intellettuale, negli anni in cui la cultura era vista come un pregio da coltivare ed apprezzare e non come una bizzarra e pomposa caratteristica da deridere e scimmiottare. Ma... questo periodo è mai esistito?

Dai un indizio che identifichi la tua città senza nominarla.
La città più vicina al villaggio alpino in cui vivo ha, fra le molte caratteristiche, un balconcino famosissimo, legato ad una coppia di amanti sfortunati. Inoltre custodisce, in una enorme piazza, fatta di sampietrini e lastroni di pietra bianca, l'anfiteatro romano per eccellenza, secondo soltanto al Colosseo. Il mio paesino, invece, dove son nato e vivo, è posto all'incrocio di tre regioni, "disteso come un vecchio addormentato" con gli occhi fissi nel lago più grande d'Italia.

Quando hai capito che saresti diventato uno scrittore?
Scrittore... poeta. Non so. Secondo me sono termini che rischiano di impaurire sia chi li porta che chi se li trova davanti. La passione per lo scrivere ha inizio tanti anni fa. Mentre mio nonno si occupava del giardino di una grande villa, io, bimbetto in pantaloni corti, orecchie a sventola, gracilino come una lisca di pesce, me ne stavo seduto su alcuni gradini di pietra a percuotere i tasti di una vecchia e arrugginita macchina per scrivere bianca e rossa. Era difficile. Le parole non uscivano. Quando sbattevo le dita sui tasti le lettere s'accavallavano, la macchina non scriveva. Io, però, non demordevo. Avevo in mente un racconto, un giallo con un detective alla Poirot, in cui avevo inserito i componenti della mia famiglia dei quali ero io a decidere il destino, a seconda di come si comportavano con me. Ho capito, invece, che scrivere mi divertiva, mi faceva sfogare, mi aiutava a vivere, durante un compito in classe, alle medie, quando il professore si mise a leggere a tutta la classe un mio tema che tenne tutti col fiato sospeso. Tutti rimasero sbalorditi, visto che non avevo l'aspetto della persona speciale, lo sguardo da film, il fascino del poeta maledetto o il coraggio d'un filibustiere. Fu lì, in quell'istante, che capii che l'arma, il talento di cui la natura m'aveva dotato era, forse, la scrittura.

Il commento più bello che hai ricevuto da un lettore.
Non sono molti i commenti a ciò che ho scritto fino ad oggi. Ho sempre fatto leggere a pochi scelti amici le mie "opere" e questo a causa di una sensazione che da sempre accompagna ciò che scrivo: chi legge i miei pensieri mi può vedere nudo, senza le mille maschere di cui mi premunisco nel mondo reale, può incontrarmi così come sono. Questo, un po', mi ha sempre intimorito. Dovendo però scegliere il commento più bello, ritengo che sia una frase che porto sempre con me, di una persona a me molto cara che mi ha conosciuto attraverso le mie poesie e su di esse ha scritto: "...adesso può continuare a piovere in eterno perché io, grazie alle tue parole, il freddo che avevo dentro non lo sento più".

Se ti dico libro a che cosa pensi?
Forse per deformazione professionale - grafico/edicolante - se mi dici "libro" penso immediatamente a una pila di fogli ingialliti e a una copertina: quante volte si sceglie un libro solo per la copertina?
Andando più a fondo, "libro" ha una strana assonanza e comunanza con il termine "libero" e, di conseguenza, con "libertà". Solo in un libro, infatti, abbiamo la possibilità di prendere avvenimenti scritti, personaggi, situazioni, storie e ambientarle dove ci pare, aggiungerci sfumature di colore, toni di voce, sguardi, respiri, viaggiare, correre, conoscere gente nuova sempre diversa ad ogni rilettura eventuale. Ma "libro" sa anche di silenzi, di fruscio di pagine ed odore di colla, muffa e polvere. Sa il profumo della pelle di chi l'ha sfogliato prima di noi, l'odore di tabacco di un nonno o la fragranza di un profumo femminile legato nel tempo al ricordo di lei. Il libro, quindi, è, per eccellenza, diciamo così, l'attivatore dei sensi dell'essere umano.

Descrivi il tuo stile usando solo aggettivi.
Prolisso, classicheggiante, succulento, attivo, musicale, poetico, desideroso d'emozionare, accattivante, come un parlato genuino, fugace.

Il prossimo libro che scriverai parlerà di...?
Vi posso dire che "Il Sentiero di Morgan" è l'ultimo d'una serie di romanzi nel cassetto che custodisco preziosamente. Il prossimo libro potrebbe parlare di un angelo che s'innamora della compagna d'uno scrittore famosissimo, della serie di incontri che un ragazzo fa con alcuni grandi della storia, di un giovane che ritorna nel suo paese d'origine senza accorgersi che è tutta un'illusione oppure potrebbe essere una raccolta di racconti di vario genere.
Se potessi scegliere un luogo per la lettura pubblica dei tuoi scritti, quale sarebbe?
Una libreria meravigliosa di Oporto in cui sono stato una decina d'anni fa (mi sembra si chiami "Lello Y Irmao") ma, lasciatemelo dire, secondo me il luogo perfetto sarebbe seduti su un ghiaione in un giorno di sole estivo, con rocce millenarie alle spalle e l'orizzonte sterminato di vette e prati disteso davanti allo sguardo, tutti in attesa di un alba o di un tramonto, guidati dai brani di un libro cullato per anni dentro il cuore ed ora partorito dalle labbra nel vento freddo e lasciato andare come cenere di un mondo svanito nell'istante esatto in cui fu scritta la parola "fine".