Adriana Maria Soldini
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guarda. vivi. ascolta. scopri.

Nome e cognome.
Adriana Maria Soldini.

Come ti chiamavano quando eri piccola?
I miei genitori “micina”, i miei nonni “Nana” o “Nanu”, mentre gli altri "Adry".

Anno/periodo storico in cui saresti voluta nascere.
Nessuno. Sarei già morta e come donna non avrei mai potuto essere libera. Sinceramente, non sceglierei neanche questo.

Dai un indizio che identifichi la tua città senza nominarla.
La mia città di origine è in realtà un paesino vicino al Po. Quando gli abitanti delle frazioni devono andare in paese usano dire: “Vado all’inferno”, perché il centro aveva in origine questo nome. La mia anima dark ha radici profonde.

Quando hai capito che saresti diventata una scrittrice?
Trovo il termine “scrittore” troppo impegnativo e un po’ prematuro. Preferisco definirmi “una che scrive”. Non ho mai pensato di fare la scrittrice a tempo pieno, perché non so dedicarmi a nessuna attività in esclusiva. Scrivo narrativa e scrivo per l’arte. Mi sono creata una figura nel campo della critica d’arte che ho chiamato “narratrice d’arte”, la definizione che più mi rappresenta. Malgrado la fantasia che mettevo nei temi quando ero piccola, io sognavo di diventare archeologa e ho fatto questo mestiere per anni. A un certo punto, la scrittura scientifica mi ha appassionato più degli scavi e, quando ho pensato di avere una storia da raccontare, ho fatto il salto nella narrativa.

Il commento più bello che hai ricevuto da un lettore.
In merito al primo romanzo che ho scritto, un’artista mi ha detto: “Mi piacerebbe fare una collettiva sul tuo romanzo”. Ed è così che la pittrice Myriam Cappelletti ha dato vita alla mostra itinerante “VIRTU@LIS” insieme a Maddalena Barletta, Federica Gonnelli, Roberta Serenari e Donatella Schilirò.

Se ti dico libro a che cosa pensi?
Evasione e reclusione. Evasione, perché leggere è un vero trip e, anche quando scrivo, accade che dimentico la mia corporeità; non sento di avere più bisogno di nulla. Amo lo stato di trance che produce e detesto il risveglio. Reclusione, perché è un lavoro che si fa in solitudine e per me coincide nei momenti in cui mi voglio isolare dal mondo. Invece, lavorare nell’arte è come stare in compagnia, perché si fa squadra. Ho bisogno di entrambi per sentirmi realizzata.

Descrivi il tuo stile usando solo aggettivi.
Scorrevole, psicologico, intimista, ironico.

Il prossimo libro che scriverai parlerà di...?
Evoluzione (o involuzione) dei rapporti tra uomo e donna nella nostra società.

Se potessi scegliere un luogo per la lettura pubblica dei tuoi scritti, quale sarebbe?
Un sito archeologico, per riunire le mie due vite principali, l’archeologia e la scrittura. Oppure un cimitero, perché è un luogo che dà pace alla mia inquietudine.