Giovanni Nigro
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guarda. vivi. ascolta. scopri.

Nome e cognome
Giovanni Nigro.

Come ti chiamavano quando eri piccolo?
Vanni. Mio nonno, suo nonno, il nonno di suo nonno, e non so quanti altri nonni ancora, si chiamavano tutti Giovanni, e così il primo figlio maschio di ogni figlio maschio. Per cui la casa patriarcale era una babele di Giovanni, e si riusciva a distinguerli solo introducendo variazioni sul tema: Giovannino, Gianni, Nanni, Gian, Vanni, appunto. Varianti valide solo in casa, però: quando portai la mia futura moglie a conoscere la cappella di famiglia, ne uscì sconvolta: ovunque si girasse, vedeva lapidi con su inciso Giovanni Nigro. "Mi sembravi morto cento volte" mi disse, e da allora ha voluto chiamarmi solo Vanni.

Anno/periodo storico in cui saresti voluto nascere.
Nel Tremila. I periodi passati mi piacciono tutti, anzi mi affascinano, ma mi manca l’incognita di come vanno a finire. Il tremila, invece, di incognite è pieno. La più grossa di tutte: ci saremo ancora?

Dai un indizio che identifichi la tua città senza nominarla.
Sono più d’una le città che mi hanno partorito, e ognuna mi ha allevato a qualcosa. Il mistero fascinoso del vivere lo debbo alla città dai marmi eterni e il culto della grandezza d’animo; la felicità del vivere a quella dalle bianche pietre normanne e la Disfida; il dolore del vivere a quella dai tufi gialli e il sognare disperato sul mare; la fatica del vivere a quella che con le sue pietre ha ricoperto i propri fiumi, nel suo assillo millenario di disfarsi e rifarsi di continuo. La città che mi ha fatto nascere al mondo si è persa alla mia memoria nelle distanze e nelle guerre di un continente senza fortuna e senza pace.

Quando hai capito che saresti diventato uno scrittore?
Mai. Hanno cominciato a predirmelo dalle mie prime aste, spaventandomi al punto che non volevo più scrivere neanche i temi in classe. Il numero sterminato di pagine bianche da riempire per scrivere un libro mi sembrava una fatica lunga la vita di uno schiavo. Pian piano, poi, ho cominciato a pensare che non potevo deludere tutte quelle aspettative, e ci ho provato. Ma quando un amico mi invitò a insegnare per due anni Italiano in una università californiana per potermi dedicare al mestiere di scrittore, gli risposi che dovevo prima finire di prendermi la mia laurea in ingegneria. Sembrava che qualunque altra cosa che scrivere mi seducesse di più, per esempio la musica, finché non m’imbattei in un racconto che avevo scritto tempo prima. "Chi è che ha scritto queste cose?" mi chiesi, e desiderai conoscerlo meglio. Così imparai che scrivere è soprattutto una scoperta, e che fatto senza assilli diventa pure divertente.

Il commento più bello che hai ricevuto da un lettore.
"Sento una cadenza ritmica accattivante nel tuo racconto".
Se n’è accorta (inutile dire ch'era una lettrice), e mi ha fatto un grande piacere, perché per me scrivere non è solo raccontare, ma anche fare musica.

Se ti dico libro a che cosa pensi?
Allo specchio di Alice: lo attraverso, e mi trasporto in un altro mondo.

Descrivi il tuo stile usando solo aggettivi.
Musicale, pedante, poetico, contorto, ironico, didascalico, cinematografico, pletorico.

Il prossimo libro che scriverai parlerà di...?
Biglietti di auguri. Un personaggio che sviluppa a poco a poco una sua visione della vita scrivendo bigliettini di auguri ad amici e conoscenti in ogni circostanza. Ma chissà, io provo a comandare, poi sono i miei libri che vengono a cercarmi, alla fine decidono loro.

Se potessi scegliere un luogo per la lettura pubblica dei tuoi scritti, quale sarebbe?
Intorno a un caminetto. O anche a un falò. In modo che, mentre le fiamme consumano le essenze del presente, i fantasmi della fantasia possano tranquillamente prendere posto accanto a noi.