Gionata Soldatini
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guarda. vivi. ascolta. scopri.

Nome e cognome.
Gionata Soldatini.

Come ti chiamavano quando eri piccolo?
Mi ricordo che mio padre mi chiamava "pulce", lo diceva nel senso più positivo del termine: un esserino piccolo e quindi da proteggere. Era un tipo un po' burbero, mi trasmetteva affetto con nomignoli del genere o con piccoli gesti.

Anno/periodo storico in cui saresti voluto nascere.
Forse l'antica Grecia, sono attratto dalle loro "tragedie", dai loro "miti", concreti eppure sospesi. I greci avevano insieme un pragmatismo unico e una straordinaria capacità di rifugiarsi nel sogno. Io, nel mio piccolo, quando scrivo, cerco sempre di ricreare un'atmosfera simile, ad esempio dando, nello stesso tempo, pochissimi riferimenti spaziali e temporali precisi e una descrizione il più possibile minuziosa, dettagliata, efficace, evitando comunque inutili prolissità. Ci provo, chiaramente.

Dai un indizio che identifichi la tua città senza nominarla.
Vivo in un piccolo paese, lontano dal rumore della città. Mi piacciono i luoghi calmi. A volte, ma solo a volte, riescono a trasmettermi il loro equilibrio.

Quando hai capito che saresti diventato uno scrittore?
Sto ancora cercando di diventare uno scrittore.

Il commento più bello che hai ricevuto da un lettore.
Una ragazza che stava attraversando un brutto momento mi disse: "I momenti passati a leggere il tuo ultimo racconto sono stati gli unici che non cancellerei degli ultimi mesi. Grazie".

Se ti dico libro a che cosa pensi?
Che senza di loro in camera non mi sentirei a casa.

Descrivi il tuo stile usando solo aggettivi.
Asciutto, preciso, ironico.

Il prossimo libro che scriverai parlerà di...?
Il prossimo libro sarà una riflessione sul senso dell'amicizia

Se potessi scegliere un luogo per la lettura pubblica dei tuoi scritti, quale sarebbe?
Aula Magna del mio vecchio liceo, per sbattere in faccia a quelle mummie travestite da docenti che, nonostante loro, qualcosa di buono l'ho fatto ugualmente. Non ho mai avuto un ottimo rapporto con la scuola e soprattutto con i professori. Non riuscivano a trasmettermi quella passione che loro stessi avevano perso da tempo, erano, e questa è la mia esperienza, degli incapaci. Odiavo la scuola e mi rifugiavo nei libri, sembra una contraddizione ma vi assicuro che sto parlando di due cose diverse.