Olga Campofreda (Holly Orange)
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guarda. vivi. ascolta. scopri.

Nome e cognome.
Olga Campofreda. Gli voglio anche un po' bene, al mio nome. Ma mi sa che questa è una faccenda di narcisismo.

Come ti chiamavano quando eri piccola?
"Lollipop". I miei genitori. Ma attorno al mio nome c'è una storia di deformazioni interessante.
Con la mia famiglia da bambina trascorrevo l'estate a Gaeta, una località di mare in provincia di Latina... sarà stato il clima da spiaggia ad aver contribuito alla prima storpiatura del mio nome, da "Olga" in "Alga", quando l'età media della comitiva di costruttori di castelli di sabbia era circa sei o sette anni. Il cuore degli anni Novanta ha trasformato poi "Alga" in "Orca" (con variante "Orca Assassina" per quelli che volevano proprio osare). Era appena uscito il film "Free Willy", inutile dirlo. Per un breve periodo i più trasgressivi mi hanno chiamata "Orgia". Per fortuna, la tempesta ormonale dei miei amici non è durata tanto da valere la fortuna di questo soprannome. "Lollipop", quello ufficiale, comunque. Come "leccalecca", in inglese.

Anno/periodo storico in cui saresti voluta nascere.
Anni Cinquanta. Per il Greenwich Village e Bob Dylan e i poeti di strada: Jack Kerouac, Ginsberg, Gregory Corso, Ferlinghetti... Un salto su una macchina rubata da Neal Cassidy: New York-San Francisco, andata e ritorno a fiato sospeso. Solo questo. Sentire il Tempo, trovare la Perla.

Dai un indizio che identifichi la tua città senza nominarla.
Città distratta all'ombra di una Reggia, affonda nel mezzo di una cava. Un dente devitalizzato. Ma a volte...

Quando hai capito che saresti diventata una scrittrice?
Devo ancora capire un mucchio di cose. Ma so che sono brava a fare storie e raccontarle. Lo scrittore può inventarsi qualunque cosa ed essere creduto in virtù di quella sfruttatissima scusante chiamata 'patto narrativo'. Un raccontaballe, altro che cantastorie. Ma volete mettere lo stile?
In un giugno dei miei quattordici anni ho assistito alla lettura di un libro. La vera storia del pirata Long John Silver, di Bjorn Larsson. Quell'uomo era diventato il suo pirata. Indossava i suoi panni, parlava con la sua voce... La scrittura riesce a trasformare il mondo intorno e ricreare te stesso ogni volta che lo desideri. È il mondo delle potenzialità espresse grazie al fantastico, una succursale del reale a colori più vividi.
Io da quella sera voglio essere un pirata. Cioè, una scrittrice. Insomma... ci siamo capiti.

Il commento più bello che hai ricevuto da un lettore.
Quella storia della mia compagna di banco che mi dice "scrivi proprio come un libro vero"... be', mica l'avevo inventata per la scheda di Holly Orange?

Se ti dico libro a che cosa pensi?
"Moby Dick" di Melville. È un romanzo con tanti cuori pulsanti. Diventa un romanzo diverso a seconda del cuore che riusciamo ad isolare. Questa cosa l'ho sentita dire una volta da Alessandro Baricco e devo dargli ragione: quel libro porta in sé tutti i romanzi del mondo, con fatica, come si trasporta un grosso carico attraverso il tempo, a destinazione infinita.

Descrivi il tuo stile usando solo aggettivi.
Ironico. Veloce. Postmoderno. Visivo.

Il prossimo libro che scriverai parlerà di...?
Napoli e fantasmi.

Se potessi scegliere un luogo per la lettura pubblica dei tuoi scritti, quale sarebbe?
Il "Finnegan". Il pub irlandese di rione Monti a Roma, dove passo pomeriggi e serate, una guinness alla volta, una dopo l'altra, mentre un po' mi manca Napoli, un po' sono sicura di essere felice esattamente così, che non ho bisogno di altro. La gente ascolterebbe distrattamente, gli occhi volti alla partita del Liverpool, un tiro a biliardo e il boccale semivuoto. Sarebbe come una musica di sottofondo, un disco. Le mie storie.