Paolo Giuseppe Alessio
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guarda. vivi. ascolta. scopri.

Nome e cognome.
Paolo Giuseppe Alessio.

Come ti chiamavano quando eri piccolo?
In tanti modi. Quando raccontavo qualche storia, chissà perché, avevo inventato un personaggio chiamato Talpa. Forse perché le sue storie erano un po’ stralunate. Le iniziavo tutte dicendo: "Oggi Talpa vi racconta... etc. etc..."
Poi ricordo che mia madre mi chiamava Paul McCartney. Non che fosse una fan del Fab Four, ma forse il nome le piaceva. Ancora adesso i migliori amici mi chiamano Paul (senza McCartney). All’asilo mi chiamavano Paulo, con la ‘u’, e questo mi irritava non poco. Insomma, chi era questo Paulo? Ho rivalutato la cosa più tardi, quando ho scoperto il Saulo di Tarso. Ma ormai l’asilo era lontano. Mi è rimasta però l’idiosincrasia per le storpiature del mio nome. Permaloso, come Paolino Paperino.

Anno/periodo storico in cui saresti voluto nascere.
Penso subito al Settecento. Esiste secolo più affascinante? Ma poi dipende da come guardi le cose. Forse ognuno di noi, se è un po’ sognatore, ha sempre in mente un periodo in cui avrebbe voluto nascere diverso dal proprio.
Mi viene più facile pensare a un’epoca in cui ambientare una storia o sognare un sogno. Allora penso al Cinquecento dei picari e dei girovaghi, agli anni Trenta del secolo scorso, per la loro tensione storico-poetica, alla Resistenza, o a quando San Francesco predicava la sua umiltà, o alla perifieria negli anni Settanta, lo spazio-tempo in cui sono cresciuto, piena di eroi e di miti leggendari.

Dai un indizio che identifichi la tua città senza nominarla.
La città madre dalle vie rette e uguali, palestra perfetta per il sogno di mondi lontani. La città che ti costringe a muoverti, se non vuoi diventare immobile e di pietra come lei.
E che ti obbliga a ritagliarti un’identità, perché lei, la città, nelle mattine d’inverno sembra non averne alcuna. La città tritatutto della ferrolastratura, casa e rifugio di eroi e personaggi da raccontare.

Quando hai capito che saresti diventato uno scrittore?
Non l’ho mai capito. Sull’identità dello scrittore sono piuttosto severo. Sei uno scrittore solo quando scrivi, nell’atto di scrivere, o se hai scritto molto, ma non è il mio caso. Per il resto, è tutta una lotta e una rincorsa, con momenti di estasi, per fortuna.

Il commento più bello che hai ricevuto da un lettore.
Quando mi è stato detto che leggendo le mie parole si ha l’impressione di avere la storia davanti, come al cinema.

Se ti dico libro a che cosa pensi?
Penso alla passione, alla croce e alla delizia. Penso che si potrebbe raccontare la vita di una persona in base al suo rapporto di amore e odio per i libri (e per le proprie passioni). Io sono fatto così, sempre un po’ in lotta con l’Angelo. Per questo penso anche al "Don Chisciotte", e alla leggerezza (amara, talvolta) delle sue pagine.

Descrivi il tuo stile usando solo aggettivi.
Ironico e serio, leggero e pesante, profondo e noioso, ma sempre sincero.

Il prossimo libro che scriverai parlerà di...?
Se ne avrò il tempo, vorrei scrivere una storia corale. Quattro personaggi alle prese con Bacco, Tabacco, Venere e Cenere, o il lungo viaggio e poi l’incontro di un parrucchiere di Foggia e di un magistrato di Milano, sullo sfondo dell’Italia anni Settanta.

Se potessi scegliere un luogo per la lettura pubblica dei tuoi scritti, quale sarebbe?
Domanda allettante. Cedo alla vanagloria? Ma no. Mi vengono in mente due posti: il Lungo Po, a Torino... c’è un punto in cui il prato che segue l’argine si allarga, e lì sorge una piccola chiesa, la Madonna del Pilone, legata a un miracolo del Seicento, che ho un po’ rielaborato in un mio racconto. Quante volte ci sono passato, e con che stati d’animo diversi. Che bello leggere quel passo proprio là! Poi, agli antipodi: il piazzale di un vecchio stabilimento alla periferia nord di Torino. Una lettura all’imbrunire, quando gli operai escono e si accendono i primi fuochi fatui, i nomadi bruciano i copertoni, per scaldarsi e ricavarne il rame. Una realtà urbana, dei diseredati, da amare con le parole.